Amatrice: Antoniano produce documentario e Ligabue cura colonna sonora

Un documentario con il commento musicale di Luciano Ligabue.
Si intitola “Il Convento di Plastica” ed è prodotto dal Centro dell’Antoniano di Bologna per raccontare il tempo vissuto da un gruppo di frati francescani ad Amatrice dopo il terremoto di un anno fa. A fare da colonna sonora il brano “La Terra Trema Amore Mio”, la cui licenza è stata gratuitamente concessa dall’artista alla produzione.

In programma già da questa sera, 22 agosto, su Rai Storia, canale 54 del digitale terrestre e 805 di Sky, il documentario è la fotografia della situazione trovata ad Amatrice i primi giorni di aprile, a sette mesi o poco più dal 24 agosto 2016, in una terra che non hai mai smesso di tremare. Al centro della narrazione, l’attività che fra Massimo, insieme ad un paio di confratelli che si alternano al suo fianco dal novembre del 2016 svolge nel cratere del sisma, che ha colpito più volte Amatrice e tutto il territorio circostante; 96 frazioni quasi rase al suolo, con le Chiese e i cimiteri inagibili, quasi tutti gli edifici destinati ad essere abbattuti e la maggior parte della popolazione altrove, sulla costa.

Alcuni hanno scelto di restare e comprare a proprie spese una casa su ruote o di legno: è proprio a queste circa 500 persone che si dedica il lavoro dei frati, incentrato sul dialogo, in particolare sull’ascolto, senza tralasciare l’attenta partecipazione e condivisione delle difficoltà, tramite un tipo di aiuto concreto e materiale.

Il racconto, condotto per immagini e parole, vuole essere una onesta documentazione della situazione e rinuncia ai canoni e ai ritmi del documentario contemporaneo per lasciare spazio alle testimonianze concrete. È fra Massimo a fare strada in questo percorso che inizia da un container di 45mq, il “Convento di Plastica” per muovere gradualmente verso la relazione. Essere in mezzo alla gente di Amatrice, come la gente di Amatrice: arrabbiandosi e non sottraendosi ai dubbi e alla paura, ma non smettendo mai di ascoltare e agire, senza perdere la speranza.

“Stare qui non è indolore – ha raccontato il frate – perché si è a contatto continuo con un gran dolore, un grande lutto. Bisogna fare spazio in sé per accogliere questo dolore e starci a contatto permanente, non qualche volta per poi tornare ad un mondo diverso…”.