Come far durare le nozze? Le donne lo imparavano per corrispondenza

C’è un articolo interessantissimo, pubblicato su un noto quotidiano, che ha rivelato come negli Anni Cinquanta andava per la maggiore un corso per corrispondeva che insegnava – alla fine, esclusivamente alle donne – come prepararsi al matrimonio ed anche come farlo durare. Dieci opuscoli pubblicati nel 1955 a cura dell’Istituto milanese “La casa” insieme all’Università di Ottawa, con la consulenza di una cinquantina tra medici, professori, avvocati, sacerdoti e monsignori.

Costava 1000 lire (a scelta quanto 10 litri di latte, un chilo di carne di manzo, 7 litri di benzina o 25 caffè) – si legge – si rivolgeva ai futuri sposi e a chi era ‘impegnato a risollevare le sorti e la dignità del matrimonio’“. Ogni dispensa proponeva un questionario con libri in premio per le risposte migliori. Ecco il tenore delle domande: l’amore coniugale si perfeziona quando esclude le relazioni sessuali? Quanto dovrebbe durare un fidanzamento? Che valore ha l’aspetto estetico? A quali condizioni l’atto coniugale è bello ed anche meritorio soprannaturalmente? È più opportuno il letto unico o il letto separato?

La riflessione del redattore è che quei fascicoli danno la consapevolezza che qualunque oggi “incasinato” sia migliore “del soffocante ieri di 60 anni fa”!.

Qualche esempio? in riferimento agli adolescenti ed ai loro primi amori, gli autori del corso sostenevano “nei loro incontri non si parla di fidanzamento, ma si flirta. Si va al cinema, al ristorante, ci si scambiano doni ed affettuosità. È un povero amore valutato sul prezzo di un dono o di una spesa. In queste esperienze il cuore si perde, ci si abbassa e ci si disonora. Si finge di amare e quando l’amore, quello vero, si presenta lo si rifiuta, perché non si è abituati a donarsi senza calcoli egoistici”. Ed ancora, pensando ai fidanzati in senso classico “quando ci si accorge che lui o lei non possono essere un buon marito o una buona moglie, un buon padre o una buona madre, si è obbligati a cessare questi incontri, che hanno perso lo scopo di sussistere”. La parola “obbligati” indicava che non c’era alcuna possibilità di trattativa, di cedere alla leggerezza ed all’istintività, senza razionalizzare troppo. Tant’è che venivano fornite precise istruzioni “per scegliere bene il compagno o la compagna e non cadere in guai irreparabili e tremendi”. Quali erano le caratteristiche della coppia perfetta? “è preferibile che la donna sia più giovane del’uomo. Si fissa a 24-26 anni l’età ideale per il candidato e 20-22 per la sposa”; fondamentale, poi il giudizio della mamma che grazie “alla sua capacità d’intuizione, saprà indovinare molte cose”.

L’elenco di consigli – rivolto soprattutto alle donne – è lunghissimo: “fortunate le donne che si sono preparate in tempo all’arte del cucinare. Quanti dispiaceri invece attendono una giovane sposa che non sa farlo. Una sposa, proprio con quest’arma, può aumentare la stima ed ottenere maggiore fiducia dal marito”; “solo con una vera massaia il marito potrà attuare economie non indifferenti e avrà una casa gradevole ed accogliente”; una donna, inoltre “non deve usare troppi cosmetici, deve stare in casa ad aspettare il marito e ai fini di preparare una maternità normale, deve evitare l’uso del tacco alto che può portare ad una deviazione del bacino”. Se poi si arrivava al fatidico passo, “il matrimonio va vissuto in economia e sobrietà con una donna industriosa capace di utilizzare tutto, senza disperdere niente”.

La verità – conclude l’autore dell’articolo – è che pochi anni dopo si è invocato il divorzio, diventato legge nel 1970, e si sono spalancate le porte alla convivenza. Le “vere massaie” si sono estinte, hanno vinto le donne.