I videogame dannosi? Macché, una voce da inserire nel curriculum

I videogiochi come ambiente di formazione? anche e non solo: sono sempre di più le aziende che cercano tra i curriculum candidati che si presentano anche come gamer.

La ragione? giocando spesso si sviluppano quelle che vengono definite soft skills, competenze trasversali come la capacità decisionale, l’intelligenza emotiva o l’abilità nella negoziazione che diventano sempre più importanti in un mondo del lavoro liquido, nel quale sapersi adattare velocemente alle novità diventa un requisito fondamentale.

Ecco qualche esempio: i multiplayer online, dove centinaia di giocatori partecipano contemporaneamente alla stessa partita, sviluppano capacità di team building e formative nei confronti degli altri compagni di squadra. I gamer entrano in un ambiente che non ha confini geografici, devono imparare a relazionarsi con una comunità internazionale e forzatamente fare uso della lingua inglese.

Nei giochi di ruolo, dove il giocatore impersona un protagonista con determinate caratteristiche fisiche ma anche caratteriali, si riescono a sviluppare capacità di problem solving. Così un gioco strategico, a turni o in tempo reale, diventa una scuola pratica su come gestire al meglio le risorse a propria disposizione. Anche i frenetici sparatutto spesso bollati come giochi iper-violenti (ed a volte lo sono), possono portare ad aumentare in modo verticale la capacità di visione periferica e il cosiddetto pensiero laterale.

In definitiva, abilità come assimilare rapidamente informazioni e coordinare azioni di gruppo, al pari dell’attitudine a rimanere calmi in situazioni di forte pressione, sono caratteristiche ricercate dalle aziende e tipiche di chi è bravo nei videogiochi.