Al cinema “Ragazzaccio” di Paolo Ruffini con il brano originale di Francesco Sarcina

Ragazzaccio nasce durante il Covid-19, ma non parla del virus. Parla di qualcosa che succede parallelamente all’insinuarsi e all’esplodere della pandemia. Parla di come un bullo, e più in generale i ragazzi delle scuole superiori, abbiano vissuto questa sorta di reclusione forzata, e della portata enorme che tutto questo ha avuto su di loro“.

Così Paolo Ruffini ha spiegato il suo film “Ragazzaccio– che non solo ha diretto ma scritto e prodotto.

Tutto ruota attorno alla storia di Mattia, che comunemente definiremmo un bullo, ma che dietro la sua durezza nasconde un mondo fragile, fatto di difficoltà di comunicazione, anaffettività, mancanza di ascolto.

E’ la storia di migliaia di ragazzi, che si sono trovati ad affrontare il momento storico più difficile della loro generazione: la prima ondata di una pandemia mondiale, che ha lasciato una risacca invisibile ma lacerante, quella della fragilità emotiva, della solitudine, del disagio sociale, dell’iper-connessione tecnologica, i cui risvolti reali stiamo scoprendo solo recentemente, a molti mesi di distanza.

È un film dedicato a tutti quelli che almeno una volta si sono sentiti dire ‘È intelligente ma non si applica’ – ha aggiunto il regista – Perché io ne conosco tante di persone che si applicano ma non sono poi così intelligenti, e mi riferisco all’intelligenza emotiva, a quella che io riconosco come sensibilità. È dedicato anche a tutti quelli che a scuola si sentivano ripetere: ‘Ti butto fuori’. Perché i veri danni si fanno quando sei fuori, non quando sei dentro. Lo dedico a loro, perché io stesso ero uno di loro”.

Nel cast Giuseppe Fiorello, Massino Ghini e Sabrina Impacciatore, che hanno scelto di abbracciare questo progetto, consapevoli dell’importanza dei loro personaggi, che rappresentano l’universo del mondo adulto in un film fatto di ragazzi, e per i ragazzi, senza regole politicamente corrette, con un linguaggio autentico e sincero, come la storia.

Ragazzaccio” è una pellicola indipendente girata in una sola settimana, con due unità che hanno lavorato in contemporanea nel marzo 2021, nel pieno delle rigide restrizioni anti covid-19, in assetto produttivo fortemente ridotto, in una location unica, e interamente in interno.

La cornice storica è essenziale per descrivere lo sviluppo del film, che è ambientato esattamente un anno prima del periodo delle riprese, ovvero nel marzo 2020, quando l’Italia entrava in lockdown, quando parole come “tampone”, “vaccino”, “immunità di gregge”, “protocollo di sicurezza”, echeggiavano nei telegiornali ma ancora non si comprendevano fino in fondo.

I protagonisti sono Alessandro Bisegna e Jenny De Nucci, attori giovanissimi; raccontano la più grande sfortuna che possa capitare a un adolescente nel pieno del lockdown: innamorarsi.

Sarà quel sentimento, nuovo e unico, seppur nato e cresciuto nella virtualità dei social network ad insegnare ad un bullo che la cosa più contagiosa al mondo non è un virus, ma l’amore.

Nel film c’è l’omonimo brano originale realizzato da Francesco Sarcina, la colonna sonora è di Claudia Campolongo e Gianluca Sambataro.

Mattia è arrabbiato. È arrabbiato con i suoi genitori e forse col mondo intero. Frequenta il liceo classico e nella sua mente l’incubo della bocciatura è più pesante dell’incubo del Covid-19, che pervade in Italia con l’esplosione di quella che di li a poco sarà riconosciuta come la pandemia più invasiva di tutti i tempi.

Nel silenzio ansiogeno della quarantena, passa le giornate chiuso nella sua stanza, tra una video lezione e uno scherzo di pessimo gusto con i suoi compagni.

In questa situazione, però, scopre l’amore. E lo scopre attraverso l’unico modo di comunicare ai tempi del virus: social network e DaD.

Non solo l’amore che gli insegna Lucia, l’idealista e ribelle rappresentante d’istituto, ma anche l’amore per sé stessi e per la bellezza, che cerca di raccontare il suo professore di Letteratura.

Infine l’amore per i suoi genitori: suo padre – uomo anaffettivo, infermiere impegnato sul fronte dell’emergenza – e sua madre – schiacciata tra l’ipocondria e la frustrazione di una convivenza forzata.

È così che Mattia trova la voglia di riscattarsi, ma soprattutto impara che la cosa più contagiosa non è il virus, ma l’amore.