Un anno senza Gigi Proietti

Potrei esserti amico in un minuto, ma se nun sai ride, mi allontano. Chi non sa ride’ mi insospettisce“. Parola di Gigi Proietti!

E’ già passato un anno da quando, anziché celebrarne il compleanno, il mondo dello spettacolo e della cultura era costretto a dirgli addio.

Il mitico mattatore se ne andava nello stesso giorno in cui avrebbe compiuto 80 anni, dei quali oltre 55 passati sui palcoscenici di tutta Italia, a strappare sorrisi e riflessioni.

E’ significativo che ad un anno dalla sua morte Gigi Proietti torni a vivere al cinema in “Io sono Babbo Natale” di Edoardo Falcone, in sala il 3 novembre, e nel bel documentarioLuigi Proietti detto Gigi“, di Edoardo Leo.

Evento di pre apertura alla Festa di Roma, il film vede Proietti nel ruolo popolare e amato di Babbo Natale, affiancato da un grande Marco Giallini, nel ruolo del romano disincantato e un po’ coatto. 

Cosa ho imparato da Proietti? Ho imparato da lui anche quando non lo conoscevo, da certi personaggi assorbi tutto, sono sempre dei tuoi riferimenti – ha spiegato Giallini – È stato un privilegio passare tanto tempo con lui, per me era diventato come un padre. Che non stava bene non si capiva troppo, quando iniziava il ciak si alzava di botto e sembrava avesse vent’anni. Gli chiedevo spesso ‘come stai? Me vie’ da piagne a pensarlo… e lui rispondeva sempre con la sua ironia: ‘Abito in via di guarigione’.

Il mattatore romano, al quale è stata intitolata una fondazione, è sempre al centro del documentario “Luigi Proietti detto Gigi“, di Edoardo Leo, ma attraverso le testimonianze della sua famiglia: la compagna Sagitta Alter, e le figlie Susanna e Carlotta.

Nel 2018 mi ero messo in testa di fare un documentario su A me gli occhi please, l’one-man-show del ’76 scritto da Roberto Lericiha raccontato Edoardo LeoLo proposi a Gigi che mi rispose incredulo ‘Un documentario su di me? E perché ?’. Dopo qualche titubanza disse di sì e cominciai a fare interviste, a raccogliere materiale, a seguire per mesi ogni recita di un suo spettacolo ovunque fosse.

Poi la sua morte. Mi sono fermato e ho chiesto alla famiglia cosa fare.ha spiegato ancora il regista – Quando hanno dato il consenso ho ricominciato a lavorarci ma a quel punto il racconto di A me gli occhi è diventato altro: il tentativo di scoprire il mistero di un artista capace di unire alto e basso, di stravolgere, mettere in berlina i classici conoscendoli profondamente, unire le generazioni. E’ stata un’impresa perché Proietti ha fatto tantissimo e alla fine è stato un atto d’amore dovuto“.