5 maggio: nel 1821 muore Napoleone e Manzoni scrive … sono passati 200 anni

Sono passati 200 anni dal 5 maggio 1821.

Nell’isola di Sant’Elena, dove era in esilio, moriva Napoleone Bonaparte, uno dei personaggi più ammirati e controversi della storia di Francia.

Nel 200esimo anniversario della morte, a partire dalle 17.49 (l’ora della sua morte) la Francia lo celebrerà.

Anche il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, si recherà all’Institut de France a Parigi per partecipare a una cerimonia con accademici e studenti delle scuole superiori.

L’omaggio prevede anche la solenne deposizione di una corona di fiori ai piedi della tomba di Napoleone, sotto la cupola degli Invalides. Alla cerimonia saranno presenti Jean-Christophe Napoléon Bonaparte e altri discendenti della famiglia.

Se la Corsica ricorda il bicentenario della morte del più illustre figlio dell’isola, con un ricco programma di eventi, in Italia il Comitato per il Bicentenario Napoleonico (1821-2021) si è parimenti attivato. Da Nord a Sud, una rete di 67 istituzioni e associazioni culturali, università e centri di studio organizza e promuove un programma di eventi, raccolto sotto il titolo di ‘Napoleone in Italia’.

Ma in Italia il bicentenario è anche quello dell’ode composta da Alessandro Manzoni proprio in occasione della morte di Napoleone.

Un componimento scritto di getto, in tre giorni, perché il fatto di cronaca, allora come potrebbe essere oggi, aveva scosso l’opinione pubblica.

Manzoni rievoca, commosso, la figura di Bonaparte, partendo dal momento della sua morte. Un evento inevitabile, che provoca un grande sgomento, perché Napoleone ha retto le sorti di un’epoca e di un continente.

Ricordiamolo, allora, “Il 5 Maggio” di Manzoni

Ei fu. Siccome immobile,
       dato il mortal sospiro,
       stette la spoglia immemore
       orba di tanto spiro,

 così percossa, attonita
       la terra al nunzio sta,
       muta pensando all’ultima
       ora dell’uom fatale;
       né sa quando una simile   

orma di piè mortale
       la sua cruenta polvere
       a calpestar verrà.
       Lui folgorante in solio
       vide il mio genio e tacque;

quando, con vece assidua,
       cadde, risorse e giacque,
       di mille voci al sonito
       mista la sua non ha:
       vergin di servo encomio

e di codardo oltraggio,
       sorge or commosso al subito
       sparir di tanto raggio;
       e scioglie all’urna un cantico
       che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
       dal Manzanarre al Reno,
       di quel securo il fulmine
       tenea dietro al baleno;
       scoppiò da Scilla al Tanai,

dall’uno all’altro mar.
       Fu vera gloria? Ai posteri
       l’ardua sentenza: nui
       chiniam la fronte al Massimo
       Fattor, che volle in lui

del creator suo spirito
       più vasta orma stampar.
       La procellosa e trepida
       gioia d’un gran disegno,
       l’ansia d’un cor che indocile

serve pensando al regno;
       e il giunge, e tiene un premio
       ch’era follia sperar;
       tutto ei provò: la gloria
       maggior dopo il periglio,

la fuga e la vittoria,
       la reggia e il tristo esiglio;
       due volte nella polvere,
       due volte sull’altar.
       Ei si nomò: due secoli,

l’un contro l’altro armato,
       sommessi a lui si volsero,
       come aspettando il fato;
       ei fe’ silenzio, ed arbitro
       s’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
       chiuse in sì breve sponda,
       segno d’immensa invidia
       e di pietà profonda,
       d’inestinguibil odio

e d’indomato amor.
       Come sul capo al naufrago
       l’onda s’avvolve e pesa,
       l’onda su cui del misero,
       alta pur dianzi e tesa,

scorrea la vista a scernere
       prode remote invan;
       tal su quell’alma il cumulo
       delle memorie scese!
       Oh quante volte ai posteri

narrar sé stesso imprese,
       e sull’eterne pagine
       cadde la stanca man!
       Oh quante volte, al tacito
       morir d’un giorno inerte,

chinati i rai fulminei,
       le braccia al sen conserte,
       stette, e dei dì che furono
       l’assalse il sovvenir!
       E ripensò le mobili

tende, e i percossi valli,
       e il lampo de’ manipoli,
       e l’onda dei cavalli,
       e il concitato imperio,
       e il celere ubbidir.

Ahi! Forse a tanto strazio
       cadde lo spirto anelo,
       e disperò; ma valida
       venne una man dal cielo
       e in più spirabil aere

pietosa il trasportò;
       e l’avviò, pei floridi
       sentier della speranza,
       ai campi eterni, al premio
       che i desideri avanza,

dov’è silenzio e tenebre
       la gloria che passò.
       Bella Immortal! benefica
       Fede ai trionfi avvezza!
       scrivi ancor questo, allegrati;

ché più superba altezza
       al disonor del Golgota
       giammai non si chinò.
       Tu dalle stanche ceneri
       sperdi ogni ria parola:

il Dio che atterra e suscita,
       che affanna e che consola,
       sulla deserta coltrice
       accanto a lui posò.