Un anno fa scuole in lockdown in tutta Italia

4 marzo 2020, poco dopo le ore 18, Roma. L’allora ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina si presenta nella sala stampa di Palazzo Chigi e annuncia a nome del governo

Abbiamo deciso di sospendere le attività didattiche da domani e fino al 15 marzo al di fuori della zona rossa”.

Veniva estesa a tutta Italia la misura già in vigore tra Lombardia e Veneto e, come ricostruisce Askanews in un articolo a firma di Pietro Savarese.

Erano passati 12 giorni dall’identificazione, a Codogno, del “paziente numero 1”, Mattia Maestri, e dalla morte, nell’ospedale di Schiavonia (Padova), di Adriano Trevisan, 78 anni, prima vittima in Italia per Covid-19.

Il 5 marzo 2020, esattamente un anno fa, le campanelle delle scuole di tutta Italia smisero di suonare e oltre 8 milioni di studenti (più i bambini degli asili e dei nidi) e quasi 850mila tra insegnanti e personale scolastico si ritrovarono da un giorno all’altro a casa.

“Uno stop di 10 giorni”, aveva ipotizzato Azzolina, ma non sapeva che gli istituti non avrebbero più riaperto, per mesi.

Iniziò così il primo lockdown scolastico in tempo di pace della scuola italiana.

Poco dopo, il 9 marzo, tutta l’Italia si chiude in casa. Ci volle qualche giorno per capire che quella situazione sarebbe durata a lungo, ancora più tempo per farlo metabolizzare ai ragazzi, che ancora oggi portano segni e ferite di un tempo perso che nessuno potrà ridargli.

Prime lezioni a casa, in famiglia.

Molti a stento avevano pc e tablet da destinare ai figli, mentre gli istituti si organizzavano per dei comodati d’uso e i prof. si impratichivano con video e slide su Zoom e Teams.

Prendeva vita la Dad, la Didattica a distanza, che avrebbe mantenuto tra mille difficoltà – dalle connessioni Internet ballerine agli spazi casalinghi ogni volta da allestire – quantomeno un filo nella relazione tra gli studenti, i loro maestri e i compagni.

E i mesi passarono così. Si è fatto quello che si poteva, con le lezioni anche nel tardo pomeriggio, un figlio in salone e uno in cucina, mentre il papà faceva la sua call con i colleghi in camera da letto, la mamma preparava l’ennesimo pane casareccio in forno, la tv mandava il “rito” del bollettino quotidiano di morti e contagiati per Covid dalla sede della Protezione civile.

Poi, un giorno, l’anno scolastico finì, ma non come sempre, con le grida per l’ultima campanella, i gavettoni d’acqua, lo zaino buttato in un angolo da dimenticare.

Qualcuno aveva detto: “Facciamo tornare i ragazzi insieme per l’ultimo giorno, almeno per salutarsi”.

Almeno le ultime classi, quinta elementare e terza media: per loro finisce un’epoca. Ma per gli scienziati non era sicuro. La Fase 2, con la fine del lockdown nazionale era solo appena iniziata, da metà maggio: non si poteva rischiare. E anche se la primavera inoltrata parlava già di pomeriggi nei parchi e partite di calcio improvvisate in cortile, i ragazzi rimasero a casa. Una video chiamata su whatsapp, al massimo: “Ci vediamo a settembre, speriamo”.

Intanto i più grandi, gli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori, si preparavano per la Maturità.

Un esame diverso: tutti ammessi, niente scritti, solo orale. Ma le scuole seppero organizzarsi, con mascherine, distanziamenti, sanificazioni, schermi in plexiglass. Il colloquio si fece, la scuola dell’obbligo per molti era finita.

Maturi sì, ma a che prezzo.

A settembre nei quartieri riecheggiò quel trillo muto da marzo: la campanella suonava, finalmente. Banchi singoli, rotelle e polemiche, mascherine per tutti, autunno difficile, i più grandi ancora a casa e ancora molte lezioni a distanza (ma ora si chiamava Ddi, didattica digitale integrata).

Marzo 2021: il virus non molla, i vaccini tardano, terza ondata e varianti.

Da lunedì 8 due terzi degli studenti potrebbero tornare tutti a casa e chissà quanti altri le prossime settimane.

Un anno dopo è tutto diverso, molto si è fatto, ma chi sa guardare negli occhi degli studenti vede un’ombra: riecco il fantasma del lockdown scolastico.