A 30 anni dal suo esordio, Max Gazzè pubblica L’ornamento delle cose secondarie, un disco “atipico” e fuori dagli schemi, sospeso tra sperimentazione e sonorità progressive.
Il progetto discografico si compone di 20 canzoni, che non seguono una logica lineare ma un andamento più circolare e stratificato, dove memoria e presente si rincorrono continuamente, suonate a 432 Hz.
Un ritorno consapevole all’origine, ma senza nostalgia: alcuni titoli riemergono, si trasformano, si interrogano di nuovo. È il caso proprio de “L’eremita – parte II” e “Sul filo – parte II”, che diventano oggi non citazioni, ma snodi di un discorso più ampio.
L’album segna una deviazione netta rispetto alle forme più immediate del presente, e si presenta fin da subito come un lavoro “diverso” per struttura e linguaggio: si guarda alla sperimentazione – per l’utilizzo di strumenti costruiti ad hoc – e ad una musica con sfumature prog.
Non si tratta di un ritorno celebrativo, ma di una ripresa del proprio percorso. Non è un caso che l’intero disco sia accordato a 432 Hz, scelta che lo allontana dallo standard contemporaneo e lo avvicina a una dimensione più organica, meditativa.
Il suono si fa spazio e dentro quello spazio si muovono canzoni che sembrano provenire da una stagione più sperimentale, libera da forme rigide, dove la scrittura segue traiettorie asimettriche interiori.
Dentro questo ritorno vicino, per attitudine, proprio ai primi lavori, c’è anche una biografia che pesa come sottotesto: quella di un artista cresciuto tra Italia e estero, abituato fin da piccolo a osservare il mondo da prospettive mobili, non radicate in un solo luogo.
Questa condizione attraversa il disco come sensibilità: uno sguardo che non si fissa mai del tutto, ma osserva, traduce, sposta.
Il tutto si innesta in un presente che entra costantemente nel lavoro: fragilità sociali, perdita di riferimenti etici, rapporto tra individuo e collettività, e una domanda continua su cosa significhi “tenere insieme” il mondo oggi.
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